venerdì 11 novembre 2016

Rocco Ronchi : Solitudine democratica @ Doppio zero, 10 nov. 2016


“Immanenza” è una parola bellissima che riempie i polmoni del filosofo di aria pura. È pronunciata spesso oggi, soprattutto dai filosofi italiani, che vi scorgono la specificità di una tradizione che dall'umanesimo fiorentino arriva fino a noi. Ma come tutte le parole essa deve passare il vaglio dell'esame pragmatico. Il significato di una idea è dato infatti dai suoi effetti sensibili, da ciò che essa concretamente “fa”. L'azione possibile è l'orizzonte di comprensione di un concetto. Che cosa significa allora veramente immanenza, qual è il suo contenuto pragmatico? La domanda concerne immediatamente il piano etico-politico, al quale la tradizione filosofica italiana è stata sempre sensibile. Da Machiavelli a Bruno, da Gentile a Gramsci fino all'odierna italian theory, che molto parla di immanenza, il grande pensiero filosofico italiano è stato sempre un pensiero della prassi; quindi, è non solo legittima ma inevitabile la domanda che chiede quali siano gli effetti politici di una filosofia che sospendendo ogni trascendenza fa dell'esperienza un assoluto. Non è una domanda astratta. Non si chiede di elaborare una nuova teoria politica generale. Ciò che si chiede è come si “impegna” chi si è gonfiato i polmoni con l'aria pura dell'immanenza. Quale engagement per chi muove dal presupposto, apparentemente solo contemplativo, secondo cui, per ripetere il celebre titolo del bel libro di Jonhatan Safran Foer, “ogni cosa è illuminata” (Bruno diceva che è ogni cosa è un'“ombra” di Dio che è tutto in tutte le cose)?

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